giorno di tradizione allo specchio

i ceci,
piccoli pomodori cuordibue
e un corno del diavolo.

anche se il loro brodo
non sembra un acheronte,
ma un limo attraversato
da tronchi di costine
e sperse zattere di cotica.

domani mattina
non visiterò nessuno,
come non capita quasi mai.
.
troverò
una bruma ad aspettarmi.

anche se ora piove,
sarà lì, ben nascosta
sopra le fughe del porfido
del corso.

domani pomeriggio
vedrò i miei nonni.
li ricordo senza vita
e di essa pieni.

mio padre
aspetterà,
il tempio crematorio
per i morti è chiuso,
gli umani sono pigri,
e a forza di questioni illogiche
si rassegnano.

dalle parti di circe,
una manciata di polveri fluttua,
ripetendo cazzo me ne frega
della tradizione,
io sono qui,
questo è l’albergo
della mia luna.

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anomalia

non si sa perché
qui dove siamo
(che non voglio fare il nome
per non essere tacciato
di qualunquismo)
arriva un momento
in cui devi rinunciare

a tutti i principi,
tutte le idee,
voglio dire,
quelle che vengono d’istinto,
la cassa di risonanza interna,
insomma,
tutti i tentativi
di tenere un minimo d’ordine,
di conservare un senso.

io non so se prima dei 10 anni
eri angelo o peste.

se da adolescente
eri attivo o contemplativo.

se ti sei laureato
o se hai dato una delusione
ai tuoi genitori.

se hai figliato a 30 anni.

una sola cosa
so con certezza:
a 40 anni
sei un povero stronzo,
e non si scappa.

non ci sono cazzi,
è l’imbuto
attorno a cui si aggira il belli.

in questi 2 o 3 giorni
avevo l’atarassia,
e la sera
una stanchezza senza nome.

ma non è per questo
che mi sfogo.

tu prova a sporcarti le mani,
ad essere un uomo
di levatura standard,
e guarda.

che vuoi che sia

ero in uno di quei posti
dove, se esci senza comprare niente,
non sei un buon cristiano.

accumulo acquisti
per un totale di due euro e novantotto,
e, siccome ho tante monete,
frugo per trovare
l’esatto ammontare.

ci metto un bel po’,
escono fuori
due e novantasette.

ora,
uno e quattordici
o zero quarantanove
le catalogavo ancora
come possibili.

ma per questa
ci vuole quel qualcosa in più.

ecco, io non so
se questo è un ruolo
che ho deciso io per me,
o se me l’ha assegnato qualcun altro.

sta di fatto
che è la mia sorte:
a un centesimo bucato
dalla realtà.